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Anche
se diminuita nel suo ruolo all'interno di quelle coordinate entro
cui si organizza l'universo comunitario, nei nostri paesi un tempo
la festa - ed in particolare quella solenne
per il Santo Patrono - assolveva a numerose funzioni, caricandosi
di forti valenze religiose, simboliche, sociali, psicologiche. Ancor
oggi, risultando un forte momento collettivo, diventa l'occasione
unificante, capace di confermare i tratti distintivi della particolare
realtà cittadina o di riplasmarne gli equilibri ove questi
fossero stati messi in pericolo; consolida quelle concezioni su
cui sono stati fondati pensiero ed azioni di numerose generazioni
e si pone come irrinunciabile veicolo di trasmissione di conoscenze
e valori. Anche se in essa possono trovare espressione e manifestazione
eventuali tensioni sociali, quasi in forma terapeutica si ricercano
nella festa i momenti in cui allentare le cariche attraverso il
gioco, lo spettacolo, l'agonismo, la particolare disponibilità
e circolazione di beni. Nelle
società arcaiche la festa diveniva occasione anche per esorcizzare
la paura della povertà e quella di perdita delle necessarie
forze e relazioni sociali, rassicurati dalla disponibilità
di cibo, dalla ratificazione dei vincoli parentali e dei ruoli nel
grande nucleo familiare. Profondamente religiose, le comunità
urbane hanno avvertito l'esigenza di esprimere i sentimenti di fede
e ansia di superamento della precaria condizione umana nell'affidamento
e nello consacrazione ad una figura cui si sono riconosciute, per
esigenza o reputazione, capacità di speciale protezione.
In tal senso i cortei processionali sono al contempo attestazioni
di benevolenza e riconoscenza, motivo per "ripresentare"
al santo le richieste di intercessione, uno ricognizione dei luoghi,
delle realtà sociali e delle persone su cui riconfermare
o estendere il compito tutelare. Nelle quantomai varie espressioni
cultuali si traducono concezioni, tradizioni, indole, eventi, in
varia misura e forma presenti ed interagenti, tanto da conferire
ai "copioni" festivi una straordinaria molteplicità
di caratteri che risultano una "rappresentazione" dell'identità
del singolo centro. La festa diviene pertanto coefficiente per distinguersi,
in alcuni casi, o per sottolineare affinità con oltre comunità
urbane delle quali si condividono o emulano analoghe manifestazioni.
La devozione nei confronti di S. Sebastiano a Mistretta ha promosso
non solo interessanti esempi di arte figurativo ma anche di produzione
letterario, tanto colto (vedi il dramma e mistrettese T. Aversa,
"Il Sebastiano", pubblicato a Palermo nel 1643) che popolare
(l'opera in vernacolo di P. Livrera e B. Filetto,"Il Martirio
di S. Sebastiano", dei primi anni del '900 e alcune note preghiere
dialettali). L'uso di imporre il nome ai nuovi nati, tanto al maschile
che al femminile, è stato solidissimo fin quasi ai giorni
nostri; in occasione delle feste si accresce notevolmente la partecipazione
ai riti religiosi, costituendo per moltissimi l'unico momento dell'anno
in cui si entra in chiesa. Numerosi sono ancora quanti vogliono
pubblicamente accendere un voto o scioglierlo attraverso l'uso di
camminare scalzi o di offrire lo tipica torcia, consuetudine che
affonda nella più remoto antichità e che, pur evolvendosi,
si richiama a tradizioni e culti precristiani. Prima del 1810, quando
si iniziò a produrre i ceri votivi del tipo ancora in uso
"la chiesa aveva le pareti letteralmente coperte di ex-voto
in cera. Tante erano le guarigioni che si attribuivano al santa
che gli ex-voto crescevano ogni anno, invadevano tutto, pendevano
da ogni parte, finché un ordine superiore proibì quella
esposizione di brutte, e qualche volta raccapriccianti riproduzioni
di braccia, di gambe, di teste e di altre parti del corpo umano".
La
precipua attività economico locale, basata sull'allevamento
e sull'agricoltura, motivava un tempo lo svolgimento di una fiera
e della "cavaliccata", corteo equestre inscenato dai massari
che volevano visibilmente certificare l'offerta dei propri doni
al santo, casi come è ancora in uso in alcuni centri vicini
(in anni recenti, in modo estemporaneo e fuori dal programma ufficiale,
è stata organizzata da qualche decina di giovani cavalieri).
Impressiona inoltre l'ardimento dei numerosi portatori, "titolari
gelosi di un posta di tortura" che insieme allo spiccata devozione
al santo inconsciamente esprimono il bisogno di dimostrare forza
e virilità nell'estenuante corsa. Elemento che accosta quest'uso
in vario modo (come l'abbigliamento, che rimanda alle fogge del
vestire dei "Nuri") od analoghe feste tributate in altri
paesi siciliani al santo martire. Ed è forse da credere che
il suo ricorso, qui in Mistretta, sia dovuto alla diffusione della
tradizione per contagio ed emulazione, o da un episodico avvenimento
che si è ritualizzato, piuttosto che alla base esistano complicati
e improbabili significati simbolici.
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