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La vara di San Sebastiano
a Mistretta è un esempio di virtuosismo nell'intaglio ligneo
e macchina processionale di fattezze esuberanti quanta inconsuetamente
ricche nell'area nebrode-madonita. Un'iscrizione dipinta alla base
del fercolo che recita testualmente:(Elaboratus vero et sculpturam
don Salvatore Marino panormitano anno 1872) ne ha forviato fino
a qualche anno addietro la datazione, ma recenti acquisizioni documentarie
hanno consentito di retrodatare la storia del manufatto, tanto da
farlo risalire al 1610. In quell'anno l'opera venne commissionata
a Giuseppe e Giovanbaffista Li Volsi, artisti di Nicosia naturalizzati
a Tusa che attestano con autorevolezza il loro artigianato artistico
tra la fine del '500 e la prima metà del '600, registrando
nelle loro opere gli esiti dell'ultima poetica dei Gagini ed il
precedente più significativo alla stagione dei Serpotta. La loro attività
è stata abbondantemente documentata in tutta l'area nebrode-madonita,
con una produzione che spaziava dall'architettura alla scultura,
dalla pittura alla plasticazione dello stucco, e si può intuire
il consenso che si era raccolto su questa bottega fino alla prestigiosa
realizzazione della statua bronzea di Carlo V (1630) per i Quattro
Canti di Palermo (oggi in piazza Bologni) ad opera di Scipione Li
Volsi, figlio di mastro Giuseppe. Quando nel 1610 la Confraternita
di San Sebastiano in Mistretta decideva di commissionare la vara
a Giuseppe e Giovan Battista Li Volsi sapeva di affidarsi al meglio
che potesse offrire in quel momento il "mercato" dell'arte.
Sul piano stilistico il fercolo tradisce esplicitamente la sua indole
manierista, suffragando quanto si è dimostrato con i documenti:
capitelli compositi, colonne rudentate, inviluppo di viticci, arpie
e soggetti chimerici, panneggi ed arabeschi rivendicano l'appartenenza
ad un campionario figurativo che si attesta dalla fine del '500
fino allo scadere del '600. Inoltre, le implicazioni
architettoniche (su cui si basa, per forza di cose, un manufatto
ditali proporzioni) declinano ascendenze formali tanto nelle opere
di jacopo Sansovino o di Giulio Romano, quanto nella tradizione
e nelle esperienze coeve dell'architettura siciliana: gli appoggi
tetrastili potrebbero avere avuto ispirazione dal prototipo della
Cattedrale palermitana o dalla prevedibile conoscenza dell'opera
di Giorgio di Faccio nella chiesa di S. Giorgio dei Genovesi a Palermo
(1576); la figurazione dei santi intelaiati dall'ordine architettonico
aveva precedenti sia nella poderosa tribuna dei Gagini per la Cattedrale
di Palermo che nella cappella del SS. Sacramento di jacopo del Duca
per il duomo di Messina. Tuttavia, una filiazione più diretta
ed esplicita può essere rintracciata nella custodia argentea
per il SS. Sacramento che Nibilio Gagini aveva eseguito all'inizio
del '600 per la stessa comunità amastratina e che anticipo
di un decennio tutte le caratteristiche tipologiche e compositive
utili alla realizzazione della nostra macchina processionale. (a.p.)
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