La Vara e la Varetta - San Sebastiano Mistretta

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LA VARA
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Nel fervido clima controriformista, viene commissionata la “vara” di S. Sebastiano.
Il 17 maggio, VIII Indizione, del 1610 don Filippo Mongiovì, cappellano della chiesa di San Sebastiano, insieme a Filippo Rampulla, Antonio de Aurea, Filippo Iavetta e Filippo de Presbitero Henrigo, rettori della Compagnia della stessa chiesa, convocavano avanti al notaio Giuseppe Glorioso, della città di Mistretta, mastro Giuseppe Li Volsi che stipulava in nome e per conto del fratello Giovan Battista e dei figli Francesco e Scipione (artisti di Nicosia naturalizzati a Tusa) per assumere l’impegno di realizzare una sfarzosa vara destinata a recare in processione il Santo eponimo, entro il mese di luglio del 1611. In realtà, nonostante l’ingente incarico da svolgere con un termine alquanto ravvicinato, i mastri intraprendevano i lavori solo dopo la ratifica del contratto che prevedeva la realizzazione dell’opera in un laboratorio allestito di tutto punto a Mistretta, posticipando la scadenza per il mese di gennaio 1611.
La prima processione con il nuovo fercolo ebbe luogo solennemente, secondo quanto riferiscono le fonti documentarie, nel 1612.
Da un inventario del 1597 apprendiamo che la “devota compagnia di San Sebastiano” disponeva già di una “vara”. La complessa macchina processionale dei Li Volsi, quindi, si andava a sostituire ad un più antico ma non certamente più modesto manufatto se, come si riporta nello stesso documento, la “confratria”, impegnata a recare in processione il simulacro del Santo (quello odiernamente relegato nella Matrice), poteva contare su 52 portanti, vestiti con “sacchi di lino et lana[…].
Quindi, le componenti rituali che sfilavano in processione esistevano tutte, persino i ceri ex voto, prima ancora che venisse realizzato il fercolo livolsiano e, molto più tardi la varetta del reliquiario.
Come già detto, gli anni nei quali si decideva di commissionare la nuova “vara” per sostituirla a quella cinquecentesca coincidevano con quelli ispirati ai dettami del Concilio di Trento: la “vara” non era solo una profusione d’intagli e di virtuosismi estetici ma uno straordinario manifesto di catechesi, di ammaestramento morale e religioso.
Nella seicentesca macchina processionale di San Sebastiano di Mistretta, l’impostazione architettonica sposa l’intenzione figurativa formulata sia dai committenti, sia dagli artefici.
Su una piattaforma rettangolare s’imposta un podio ottagonale: in ognuno dei quattro lati principali, rispetto ai quattro smussati angolari, sono incassate due formelle con figure alate ed inviluppo di viticci che affiancano un pannello istoriato. Nei quattro bassorilievo sono ritratti gli episodi principali della Passio S. Sebastiano; così, anche nella nostra vara, sono effigiati in sequenza: la denuncia a Diocleziano e la condanna dell’Imperatore, il primo eroico martirio, col Santo legato all’albero e suppliziato con frecce; le amorevoli cure prestate a Sebastiano in casa d’Irene, vedova del martire Càstulo; il secondo e definitivo martirio consumato col flagello alla presenza dell’Imperatore.
Dallo stilobate s’innalza un baldacchino ridondante: l’articolazione della struttura è data da un telaio libero di sedici colonne composite, raggruppate rispettivamente in quattro appoggi tetrastili. La collocazione di questi appoggi negli snodi accentua i valori prospettici e chiaroscurali. Un cavalletto a piccole arcate sormonta le quattro colonne aggregate in ognuno dei sostegni, quasi a costituire delle ulteriori piccole macchine processionali per le statue interposte. Ogni lato declina e rivisita il tema dell’arco di trionfo. Fra i sostegni tetrastili, verso l’interno, si affacciano quattro Dottori della chiesa occidentale: Sant’Ambrogio, vescovo di Milano; San Gregorio Magno, pontefice; San Tommaso d’Aquino, doctor angelicus; San Bonaventura da Bagnoregio, doctor seraphicus. Sempre tra le colonne del primo ordine, verso l’esterno, trovano posto i Difensori della Chiesa per eccellenza: San Pietro, principe degli apostoli, San Paolo, apostolo dei Gentili, Santo Stefano, protomartire, San Vincenzo da Saragozza, diacono e martire come S. Sebastiano. Nel registro dei fornici (o, secondo ordine) a prosecuzione del partito angolare, debuttano internamente quattro Sante Vergini, che nelle prime intenzioni del Teologo sarebbero state Sant’Oliva, Santa Barbara, Santa Lucia e Sant’Apollonia. In fase di realizzazione, forse accogliendo le rivendicazioni degli affezionati a certi culti particolarmente sentiti nel centro, gli artefici foggiavano: Santa Lucia, martire siracusana, Santa Caterina d’Alessandria, martire e titolare di una delle più antiche chiese della città, Sant’Agata, martire catanese, una Santa senza particolari attributi iconografici che, sarebbe identificabile in Sant’Oliva, martire palermitana, Santa Barbara o Sant’Apollonia. Ad ogni modo, propendiamo a riconoscervi Sant’Oliva che proprio tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, conosce un periodo di fervore devozionale. Nello stesso registro, sul lato esterno, figura la schiera degli Arcangeli così come la Scolastica li ha individuati ed organizzati traendoli dall’angelologia patristica: Michael, Gabriel, Raphael e Uriel. Sul cornicione sono collocati i quattro Santi Evangelisti, Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Numerosi angeli musicanti si distribuiscono con ardito equilibrismo sul cornicione di coronamento e sulla “cupola”: figure alate con addome pronunciato ed andamento a voluta fungono da raccordo nel partito angolare per l’arretramento tra i due ordini. La calotta è assimilabile ad una volta a padiglione su pianta ottagonale ed è composta da superfici lignee traforate concluse da una chiave che funge da plinto sommitale per una statuetta della Vergine. Sul piano simbolico, è molto probabile che l’aurea calotta voglia rappresentare l’ultimo stadio del processo escatologico al quale deve tendere l’intera umanità, la Gerusalemme celeste presidiata da dodici angeli nelle rispettive porte per le altrettante tribù d’Israele, dove si staglia nel cielo una “Donna vestita di sole, con la testa coronata da dodici stelle e la luna sotto i piedi”.
Note bibliografiche
  1. PETTINEO, Un capolavoro del Manierismo siciliano: la vara di San Sebastiano a Mistretta, Quaderno n. 1 di Mistretta Senza Frontiere, Bagheria 2011. Santina Rondine





LA VARETTA
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La Varetta, che è stata costruita nei primi anni del 1800, anticipa la processione del Santo Patrono San Sebastiano e su di essa sono posti i ceri votivi , ceri realizzati con la sola fusione con acqua calda e senza altre sostanze tanto da assumere il nome di “cera vergine”. I segni della grazia ricevuta, posti su una base preparata a sostegno dei lunghi ceri secondo l’altezza dei devoti, viene portata in spalla da portanti giovani che aspirano al posto più prestigioso del Santo Patrono. Durante la corsa alcune cere si spengono altre gocciolano procurando qualche fastidio ai portanti. Per questa ragione, spesso, vengono spenti. La caratteristica dei giovani portanti è che devono indossare i pirunetta per evitare involontari calci anche se qualcuno afferma che è un atto di penitenza, è come essere scalzi. Lo stesso modo di calzare lo praticano i portanti della vara di San Sebastiano. La corsa, che precede il San Sebastiano, a volte diventa pericolosa. Il disordine della folla che partecipa d’avanti e dopo la Varetta e il fercolo di San Sebastiano, è di per sé uno spettacolo, ma uno spettacolo pericoloso. Il tutto, comunque, è commovente dunque accettato dalla numerosissima gente dei paesi viciniori e altri devoti che ritornano a Mistretta apposta per assistere alla ineguagliabile processione del nostro Santo Patrone.
Lucio Vranca

IL SIMULACRO
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Il simulacro del Santo che oggi vediamo all’interno della prestigiosa “vara”, venne realizzato nei primissimi anni del ‘900, dal noto scultore amastratino Noè Marullo, in sostituzione di quello cinquecentesco non più rispondente ai desideri dei fedeli. L’artista, affascinato dalle forme e dall’espressività del martire secondo l’iconografia rinascimentale, lavorò a lungo sull’opera rifacendola più volte. Ispirandosi a grandi artisti, come Perugino, Mantegna, Antonello da Messina, ritrae il Santo giovane, delicato nei rilievi anatomici, aggraziato e con un’espressività femminea, con gli occhi rivolti al cielo come per esprimere la consapevolezza che il pentimento fisico è catartico.
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